Con le ossa non si scherza. Fattori diversi, ma sopratutto il sovraccarico di chilometri, possono causare fratture da stress. Come intervenire.

IN QUESTI ANNI DI BOOM DEL RUNNING si è assistito all’arrivo sulle strade italiane di tanti nuovi runners che hanno iniziato a correre una volta superato i quarant’anni di età e che hanno investito tutte le loro energie nell’obiettivo di preparare la maratona, per di più in tempi brevi: pochi mesi o anche qualche anno, ma possibilmente al più presto. Tutto questo entusiasmo per la corsa dovuto a una motivazione così importante fa però a pugni con le condizioni di un apparato locomotore che ha bisogno di tempo per adattarsi allo stress a cui sono sottoposti gli arti inferiori durante la corsa di resistenza.

TROPPI CHILOMETRI L’aumento del chilometraggio necessario per gareggiare su maratonina e maratona, e la corsa su terreni accidentati (montagna, trail) ha portato un sovraccarico veramente importante sulle articolazioni e sulle ossa degli arti inferiori di questi nuovi runners.

La stessa situazione si è creata anche in quelli che hanno iniziato a correre solo pochi chilometri alla settimana dopo anni di vita sedentaria. Si è così assistito a un aumenta esponenziale di edema, reazioni da stress e fratture da stress nelle ossa degli arti inferiori. L’osso interessato è quello sottocondrale (cioè sotto la cartilagine) che va incontro a crisi “vascolari”, a volte anche asintomatiche, che si manifestano radiologicamente con l’edema dell’osso e possono sfociare successivamente nella frattura da stress o, a volte, anche in osteonecrosi dei condili femorali o del collo del femore o delle ossa del piede.

CAUSE DIVERSE La causa deve essere ricercata quasi sempre in un carico dall’allenamento inadeguato e non sopportato dall’osso. Bruschi aumenti di chilometraggio, ripresa troppo veloce dopo periodi di riposo o infortuni, più raramente i traumi diretti (cadute), l’assunzione di cortisonici per via orale (lombo sciatalgie, forme artritiche), disturbi dell’alimentazione (RED-S), fatica muscolare, possono favorire questo infortunio.

OCCHIO ALLE SCARPE A volte anche una scarpa da running consumata e “scarica” può essere una causa estrinseca di questi problemi. Il quadro clinico è variegato. E’ comunque un inizio acuto della dolorabilità ossea in assenza di altre problematiche legamentose, meniscali o traumi. Molte volte il dolore è così importante che il paziente deve usare le stampelle perché non riesce più a caricare l’arto. Si associano spesso le tumefazioni delle parti molli (ad esempio alla caviglia) e l’impotenza funzionale dell’articolazione interessata. L’infortunio in ogni caso, è in costante aumento e non va sottovalutato per non essere poi costretti alle stampelle per mesi o per non rischiare delle fratture.

DONNE A RISCHIO La radiografia è generalmente normale e quindi il “golden standard” degli esami radiologici è la RMN (risonanza magnetica nucleare) che mette in evidenzia l’edema da stress dell’osso spugnoso: un’infiammazione e una ridotta circolazione sanguigna nell’osso, che appare in alcune immagini come completamente “nero”. Tutte le runners che hanno un importante edema osseo dovrebbero sottoporsi alla MOC (mineralometria osseo) e dosare la vitamina D oltre a TSH, LH, FSH ed estradiolo. IL danno che si crea interessa sia la cartilagine, che il tessuto osseo subcondrale. Gli stasi iniziali della malattia sono caratterizzati dalla componente ischemica e infiammatoria che è responsabile del dolore articolare, dell’edema e del danno cartilagineo. L’edema genera un aumento della pressione e quindi di dolore, ostacola il ritorno venoso e la perfusione arteriosa con conseguente osteopenia localizzata.

VAI COI CAMPI Il trattamento elettivo di questo infortunio è l’utilizzo dei CEMP, campi elettromagnetici pulsati. Questi devono essere applicati per alcune ore al giorno al domicilio dell’atleta (quindi preferibilmente di notte) e hanno dimostrato di avere un efficace effetto aniinfiammatorio sui sinoviociti (cellule della sinovia articolare) e sui condrociti (cellule della cartilagine) promuovendo la formazione di nuovi vasi sanguigni e limitando l’estensione dell’area necrotica conseguente l’ischemia. I CEMP limitano il danno prodotto dall’infiammazione e preservano la cartilagine e l’osso sottocondrale. La stimolazione con i CEMP aumenta il microcircolo, risolve l’ingorgo vascolare con riassorbimento dell’edema e scomparsa del dolore. Utile associare l’assunzione di vitamina D e di calcio.

INTERVENTO RAPIDO Intervenire subito è fondamentale per evitare che l’edema osseo progredisca verso la frattura da stress o la necrosi ossea.  I tempi di guarigione sono lunghi, anche mesi, quindi in questi casi è opportuno mantenere la condizione atletica con l’attività di resistenza in scarico (nuoto, corsa in acqua e ciclismo), e rinforzare la muscolatura glutea, il tensore della fascia lata e la muscolatura della gamba e del piede. Solo quando il quadro clinico migliorato sarà confortato dalla risoluzione dell’edema alla RMN, si potrà riprendere a correre, alternando corsa a cammino. Ovviamente anche la localizzazione dell’edema ha la sua importanza in queste decisioni perché è ben più grave l’edema osseo del collo femorale rispetto a quello della tibia. La motivazione del runner a riprendere dev’essere controllata, per non andare incontro a seri problemi di frattura da stress.

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